giovedì 6 ottobre 2016

Altheo "Moda": Moda: Valentino, la grazia sovversiva di Piccioli.


Standig ovation per debutto solista dopo passaggio Chiuri a Dior





Valentino, punto e a capo. Si è sciolta in una standing ovation l'attesa per la prima sfilata solista di Pierpaolo Piccioli, rimasto unico direttore creativo della maison dopo il passaggio di Maria Grazia Chiuri da Dior. 
In molti si chiedevano se il quarantanovenne stilista avrebbe mosso i suoi passi sotto il segno della continuità o se avrebbe invece tentato di lasciare il suo segno. E lui non ha avuto dubbi: "Il passato non si rinnega ma questo - ha spiegato - è il momento di dimenticare per ricominciare". Anche perché, dopo 25 anni di lavoro insieme a Maria Grazia Chiuri, che oggi era alla sua sfilata come lui venerdì ha assistito al suo debutto da Dior, Piccioli da solo ha scoperto un nuovo modo di creare, meno legato alla ragione e molto più aperto all'emozione.







È quella che l'ha guidato in una sorta di viaggio nel tempo che parte da Hieronymus Bosch e arriva a Zandra Rhodes, 76enne designer inglese chiamata la principessa del punk, invitata a reinterpretare con il suo tratto puro e innocente i paradisi e inferni fantastici del visionario artista fiammingo.







Il giardino delle delizie, l'inferno musicale e il paradiso perduto diventano ricami e applicazioni di abiti lunghi e scivolati in tessuti impalpabili, di giubbini di pelle e trench tagliati a cappa. Segni di una grazia sovversiva che si estrinseca nel cappottino in damascato veneziano lavato e sovratinto come se fosse un denim, nelle tracolline decorate da punte di spillo, nei gioielli punk - collarini e orecchini a pugnale - bruniti dalla patina del tempo.
E poi nei colori, con il rosa che diventa audace accostato al ciliegia che fa capolino dallo sfondo piega dell'abito con il collo alto e le maniche lunghe, o il verde acido che si nobilita nell'incontro con il nero. 







Al collo uno scatolino decorato da tigri, cuori, disegni fantastici, che custodisce il rossetto Valentino n.1, al suo debutto in passerella, nelle sale dell'hotel Salomon de Rotschild, solitamente utilizzato dalla maison per le sfilate d'alta moda. Ma quella di oggi era un'occasione speciale e ad applaudire Pierpaolo sono arrivati tutti, da Dakota Fanning a Jessica Alba, da Diane Kruger a Mika, da Valeria Bruni Tedeschi ad Alber Elbaz fino alla stessa Zandra Rhodes, inconfondibile con il suo caschetto fucsia da vera punk.





domenica 21 agosto 2016

Altheo "proposte": Burri, uno spazio fatto di materia.






Si concludono con una grande mostra a Città di Castello (Perugia) le celebrazioni per il centenario della nascita di Alberto Burri, iniziate  con importanti rassegne al Guggenheim Museum di New York e al Kunstsammlung Nordrhein-Westfalen di Dusseldorf. Dal 24 settembre al 6 gennaio, agli Ex Seccatoi Tabacco saranno allestiti i capolavori del maestro umbro, tra i più innovativi del dopoguerra, affiancati a quelli di artisti quali Dubuffet, Pollock, De Kooning, Rauschenberg, Twombly, Fontana, Manzoni, Rotella, Christo, Arman, Beuys, Kounellis, Pistoletto, Pascali, Leoncillo, Afro, Kiefer, Miró, a cui si ispirò o che vennero influenzati dal suo rivoluzionario linguaggio espressivo tra pittura e scultura. 






Intitolata 'Alberto Burri: lo Spazio di Materia - tra Europa e U.S.A', l'esposizione riporta nella sua terra natale il confronto con la produzione artistica del secondo '900, a sottolineare una volta di più il peso enorme da lui esercitato su contemporanei e successori.




Altheo "Passione on the Road": Sahara: Tunisia, i villaggi Berberi: un modo di vita minacciato.


Sahara: Tunisia, i villaggi Berberi: un modo di vita minacciato.




Tradizionalmente l'economia dei villaggi Berberi di Ghoumrassen, Guermessa, Chenini e Douriet si è sempre basata sull'agricoltura, e considerevoli sforzi sono stati fatti per costruire jessour (terrazzamenti) e cisterne in modo da poter piantare alberi in questa arida steppa.
L'allevamento di pecore e capre, praticato soprattutto in passato, era però solo una piccola parte dell'economia dei villaggi, i cui abitanti non hanno mai partecipato alla trasumanza dei loro vicini nomadi.
Una soluzione alla povertà della regione era l'emigrazione.
I giovani andavano a lavorare in città per alcuni anni, poi tornavano al villaggio, spendendo i soldi risparmiati nel  "prezzo della sposa", i beni da offrire alla famiglia della futura consorte, o in un nuovo jessour.
Gli emigranti di ciascun villaggio erano specializzati in un diverso mestiere: quelli di Douri e Guermessi lavoravano come facchini al mercato ortofrutticolo, quelli di Ghoumrassini vendevano ciambelle e quelli di Chenini giornali.

 
 

Oggi tuttavia i giovani emigrano in luoghi più lontani (spesso in Francia), stanno via più a lungo e si sposano fuori dalla comunità; molti non fanno più ritorno.
Girando per i villaggi noterete che il numero delle donne sopravanza ampiamente quello degli uomini, molti dei quali sono anziani, una prova del fatto che l'emigrazione sta uccidendo la comunità.
Ciò è doppiamente triste, perchè questi villaggi rappresentano l'ultima testimonianza della civiltà berbera della regione.
Il berbero era la lingua predominante della Tunisia sotto i Romani, ma dopo la conquista araba fu presto soppiantato dall'arabo, la lingua della nuova religione, della legge e del governo.
Il berbero sopravvisse solo nelle comunità del  sud, e anche qui conobbe un lento declino.
Alla fine dell'ottocento il berbero era parlato come prima lingua solo a Douiret, Chenini e Guermessa, ma con l'occupazione francese, l'espansione del governo nel sud e l'imposizione della legge islamica la lingua araba fece irruzione anche in questi villaggi.
Tuttavia il colpo mortale è stato assestato dall'emigrazione e dalla conseguente dispersione della popolazione berbera.
Oggi solo le persone più anziane di Chenini e Douiret parlano la lingua; i giovani la capiscono, ma probabilmente già i loro figli non la comprenderanno.
A Guermessa oggi nessuno parla il berbero.

 
 

Questo processo di arabizzazione continuò durante il periodo coloniale nonostante gli sforzi dei francesi di separare i berberi dai loro vicini arabi.
Gli antropologi francesi sostenevano che i berberi erano in realtà europei emigrati in Nord Africa in tempi remoti.
Mentre gli arabi venivano dipinti come pigri, scaltri e tirannici, i berberi erano descritti come industriosi, onesti e democratici, e per queste ragioni erano ritenuti meritevoli di un posto privilegiato nella società tunisina.
In realtà, naturalmente , i francesi stavano solo tentando di applicare la vecchia tattica del divide et impera, e i berberi nel complesso si rifiutarono di stare al gioco: infatti, se da un lato accettarono molti dei privilegi offerti dal governo, comprese un'amministrazione indipendente e vaste aree di terra araba, dall'altro rimasero ostili
ai francesi quanto i loro vicini arabi.





sabato 16 aprile 2016

Altheo "Moda": Chi è Iris Apfel, icona di moda 94enne.



Per diventare come lei dovete vestirvi immaginando di suonare jazz.




Nelle ultime settimane avrete forse visto in tv o sui cartelloni la pubblicità del nuovo modello Citroën DS 3 e ne avrete notato la testimonial piuttosto insolita: una signora di 94 anni vestita in modo colorato ed eccentrico. Probabilmente non la conoscete: si chiama Iris Apfel, è una famosa collezionista, arredatrice di interni, imprenditrice e, come dice lo spot, “un’icona nel mondo della moda”, con 195 mila followers su Instagram. Lei invece si definisce con autoironia e understatement una “starlet geriatrica”. Stilisti, modelli e giornalisti di moda la apprezzano per il suo stile originale e ridondante, che mette insieme collane e bracciali appariscenti, colori brillanti, stampe ricercate, pellicce vistose: in breve la cosa più distante dallo stile minimal che potete immaginare. L’altro segno distintivo di Apfel sono i grandi occhiali tondi che indossa sempre.



Nello spot Apfel dice «Una volta qualcuno mi ha detto “Non sei bella e mai lo sarai, ma non importa, tu hai qualcosa di meglio: tu hai stile”». La frase allude alle qualità della Citroën DS 3, ma ad Apfel venne detta davvero quand’era giovane dalla proprietaria di Loehnmann’s, un grande magazzino di Brooklyn, a New York. Questo aneddoto e buona parte della storia di Apfel sono stati raccontati in un apprezzato documentario del 2015 (disponibile su Netflix) diretto dal regista Albert Maysles e intitolato Iris.

Iris Barrel (il suo cognome da nubile) è nata il 29 agosto 1921 nella zona di Astoria del quartiere Queens, a New York, da genitori ebrei: il padre Samuel Barrel possedeva un’azienda di vetri e specchi e la madre Sadye una boutique di moda. Apfel studiò storia dell’arte alla New York University e frequentò la scuola d’arte dell’università del Wisconsin. Lavorò per la rivista Women’s Wear Daily, per la designer di interni Eleanor Johnson, e come assistente dell’illustratore Robert Goodman.

Apfel è il cognome del marito Carl, che incontrò nel 1948 e sposò un anno dopo: con lui fondò nel 1950 l’azienda tessile Old World Weavers, che diressero insieme fino al 1992, quando la cedettero all’azienda tessile Stark. Apfel ha raccontato che all’epoca lei e il marito andavano sempre due volte all’anno in Europa, viaggiando con bauli lunghi alcuni metri, per portarsi a casa tessuti e chincaglierie (che ora riempiono le sue case di Palm Beach e New York, oltre ad altri magazzini in città). La Old World Weavers si occupava soprattutto di riproduzioni di tessuti, dal XVII al XX secolo, e divenne famosa nel settore per aver arredato la Casa Bianca per nove presidenti: Harry Truman, Dwight D. Eisenhower, Richard Nixon, Gerald Ford, John F. Kennedy, Lyndon B. Johnson, Jimmy Carter, Ronald Reagan e Bill Clinton.
Apfel divenne famosa nel mondo della moda nel 2005. Harold Koda, curatore del prestigioso Costume Institute del Metropolitan Museum of Art di New York, si ritrovò a dover sostituire una mostra cancellata all’ultimo momento, e decise di esporre gli abiti e gli accessori collezionati da Apfel: ne venne fuori una delle esposizioni di maggior successo del museo, intitolata “Rara Avis: The Irreverent Iris Apfel”. È molto raro che il Costume Institute dedichi una mostra a una singola persona, soprattutto se non è una stilista e se è ancora in vita: prima di Apfel l’aveva fatto solo per la moglie del presidente americano John Kennedy, Jackie Kennedy (nel 2001), e dopo di lei per le esponenti dell’alta società Nan Kempner (2006) e Jacqueline de Ribes (2015). La mostra ebbe molto successo e Apfel è diventata sempre più famosa e apprezzata: ha collaborato con aziende di moda, insegna moda all’università di Austin, in Texas, ed è una presenza fissa delle varie settimane della moda.

Apfel colleziona da sempre vestiti e gioielli: dice di aver comprato la sua prima spilla in un negozietto in un seminterrato di Greenwich Village, quando aveva 11 o 12 anni, pagandola 65 centesimi di dollaro. Da allora ha continuato a bazzicare mercatini e chincaglierie (nel documentario la si vede gironzolare ad Harlem), contrattando il prezzo con i venditori. Non si limita a comprare gioielli a buon mercato ma li mescola con altri lussuosi e molto più cari. La bellezza di un oggetto, dice, non dipende dal prezzo: uno dei suoi anelli preferiti è costato quattro dollari e lo preferisce di gran lunga a uno regalatole dal marito e acquistato da Harry Winston, un prestigioso marchio americano di gioielli.
Il suo interesse per la moda e il design furono ispirati dalla madre che era una grande appassionata di accessori, perché erano facili da abbinare al classico tubino nero: un capo che per la sua versatilità era adatto alla necessità di risparmiare negli anni della Grande Depressione. Ora i vestiti, gli accessori e i gioielli di Apfel riempiono molte stanze dei suoi appartamenti di New York e a Palm Beach, la casa di sua madre e un altro magazzino.
L’idea di stile di Apfel ruota attorno all’idea di unicità, per cui ognuno dovrebbe cercare un proprio stile personale, contrariamente all’omologazione piuttosto diffusa. Cerca di non vestirsi due volte allo stesso modo, e di variare accostamenti ogni volta. «Mi piace improvvisare. Penso sempre che mi piace fare le cose come se stessi suonando jazz. Prova qui, prova là. [..] Mi piace più il processo che mi porta a scegliere cosa indossare, che indossare qualcosa. La cosa più bella è prepararsi per una festa: chissenefrega di andare a una festa. Il punto è vestirsi per andare a una festa».

Altheo "Fotografia": Downtown Los Angeles rinasce tra la fotografia e l’indie rock di Coachella.


Il vecchio centro della città vive una stagione felice. Mostre di arte e di fotografia, concerti, nuovi locali.




Tutto, improvvisamente, succede a Downtown. I cocktail parties sulle terrazze da vertigine dei grattacieli; le coppie eleganti che fluttuano la sera tra gli spigoli della First St. e la Grand Ave, dalla Walt Disney Concert Hall a un bar alla moda; le inaugurazioni di ristoranti e mostre d’arte nelle costole segrete delle torri di uffici; i set fotografici nei magazzini dismessi dell’Arts district, diventati più popolari, tra i fotografi di celebrities, delle spiagge di Malibu e delle piscine di Beverly Hills. Aprile è il mese della fotografia a Los Angeles e il sipario si è alzato sul vecchio centro della città, cuore storico che sembra più contemporaneo che mai. Downtown è tornata nell’obiettivo dei fotografi, come Lever Rukhin, che ha fotografato LA a bordo della sua decrepita Volvo del 1975 (mostra al Glassell Commons Space dal 28 aprile). Allo stesso tempo, Downtown si sta affollando di studi e gallerie. Come Downtown Photoroom (che inaugura una mostra di fotografia collettiva il 15, «Dis/Exists») in un tratto della Broadway fino a poco fa considerato terra incognita sulle mappe cittadine. La galleria è all’interno di The Reef, un complesso di 80 mila mq dove le opere d’arte nascono accanto alle start-up.  

FORMATO KOLOSSAL  
Uno dei motori culturali della rinascita è stata l’apertura del nuovo The Broad, il museo privato di arte contemporanea, proprio a lato della Concert Hall firmata da Frank Gehry: la facciata piatta, coperta da un esoscheletro traforato contrasta con le ondulazioni da spinnaker dei volumi asimmetrici dell’edificio di Gehry. All’interno del museo, lo studio di architettura newyorchese Diller, Scofidio e Renfro, ha preparato per il pubblico un accesso graduale all’arte. Le sale espositive, che accolgono star come Cindy Sherman (prima personale del museo, dall’11 giugno al 2 ottobre, con 125 fotografie dalla collezione di Eli ed Edyth Broad, finanziatori del museo), il «vecchio» pop iconico di Ed Ruscha, insieme ad artisti meno noti come il losangelino Lari Pittman.  

The Broad, però, è uno spazio sereno. Le aperture nelle pareti del terzo piano lasciano vagare l’occhio sullo skyline di Downtown. E sulla Grand Avenue, che il costruttore-mecenate Eli Broad vorrebbe trasformare in un viale delle arti, allestendo performance nel vicino Grand Park, alzando un ponte pedonale che colleghi fisicamente il nuovo museo con il Moca (Museum of Contemporary art), una delle istituzioni culturali più innovative della città.  

MUSICA GIOVANE  
Il museo e la collezione Broad si inseriscono nel processo di trasformazione del centro economico di Los Angeles, la vecchia Bunker Hill, la collina dalle strade in saliscendi dove vagabondava John Fante, ora spianata. Da New York continuano ad arrivare artisti e galleristi in cerca di loft e atelier più economici, che trovano nell’Arts district a ridosso di Downtown, e anche tra i ristoranti etnici nelle confinanti Chinatown e Little Tokyo. Riassaporano, a Downtown L.A., l’atmosfera dell’East Village e di Tribeca a Manhattan, alla fine degli Anni 70. Con il clima della California. Così aprono negozi di tendenza e bistrot curati da creativi della cucina e del design. In pochi isolati si salta dal dim sum alla paella rivisitata, dal ramen ai tacos. E si cambia atmosfera: al Parish di Spring street sembra di stare sul deck di un transatlantico degli Anni 30; al Bestia, sulla East 7th place, servono piatti italiani in una location da mattatoio post-atomico. Il primo segno di cambiamento sono stati gli alberghi dove andare a farsi vedere più che a dormire; e, in questi giorni, provare le mises hippy-chic e sventolare i braccialetti vip per i weekend dei concerti happening di Coachella nel deserto (il primo dal 15 al 17 aprile, il secondo dal 22 al 24). Alberghi come lo Standard, con la sua infinity pool con vista sulle guglie dei grattacieli contornata da poltrone che sembrano prese dal set di Austin Powers; e l’Ace Hotel, nella torre spanish gothic costruita negli Anni 20, che fu la sede della United Artists di Charlie Chaplin, con il vecchio teatro restaurato, dove ora Philip Glass si dà il cambio con le rock band del momento. E anche la Soho House, il famoso members club internazionale, dopo West Hollywood, sta per aprire un nuovo indirizzo a Downtown.  

Si torna ad abitare nel distretto che non è più solo finanziario grazie a una legge che facilita la riconversione della moltitudine di uffici in abitazioni per giovani affluenti. E grazie al progetto di espansione della ferrovia metropolitana che collegherà Downtown con le spiagge di Santa Monica e Venice, sul Pacifico, The Broad con le gallerie d’arte della Bergamot Station e le boutique hipsters chic di Abbott Kinney. Sarà più facile, vivere e attraversare LA, grazie alla rinascita della sua Downtown. 



(Uno dei motori culturali della rinascita è stata l’apertura del museo privato di arte moderna The Broad» proprio a lato della Concert Hall firmata da Frank Gehry )  

venerdì 15 aprile 2016

Altheo "Milano design": Atelier Swarovski Home.


Swarovski lancia il nuovo marchio di accessori per la casa firmati da Aldo Bakker, Daniel Libeskind, Fredrikson Stallard, Kim Thomé, Raw Edges, Ron Arad, Tomás Alonso, Tord Boontje e Zaha Hadid.





Alla design week 2016 Swarovski lancia Atelier Swarovski Home, il nuovo marchio lusso di accessori per la casa. Per la collezione d’esordio la maison svizzera ha chiamato a raccolta alcuni dei designer internazionali più quotati e altri talenti emergenti: Aldo Bakker, Daniel Libeskind, Fredrikson Stallard, Kim Thomé, Raw Edges, Ron Arad, Tomás Alonso, Tord Boontje e Zaha Hadid, con uno dei suoi ultimi lavori. Quasi tutti i pezzi sono realizzati con materiali misti, abbinando il cristallo a marmo, metalli e resine insieme, e fanno pieno uso delle nuove tecnologie sviluppate dagli esperti Swarovski, come la stampa laser-jet sul cristallo e la tecnica di taglio Wave Cut che permette di incidere forme curve.
Dagli scacchi, ispirati alle architetture di Milano, di Daniel Libeskind ai vasi minimal con base in marmo di Aldo Bakker; dalle lettere di cristallo di Ron Arad ai centrotavola effetto ghiaccio dei Fredrikson Stallard. E ancora i candelabri di Kim Thomé, i recipienti a colori dei Raw Edges, i vasi micro-decorati di Tord Boontje, i piatti prismatici di Tomás Alonso e la scultura in metallo e cristallo di Zaha Hadid.
La mostra a Palazzo Cagnola (via Cusani 5) allestita dagli architetti milanesi Piuarch accoglie il publico in un gioco di riflessi che cita le mille sfaccettature dei cristalli. Ogni elemento di design è in dialogo con l’architettura tardo-neoclassica del palazzo, tra i bellissimi affreschi del soffitto e i pavimenti in graniglia. La collezione Atelier Swarovski Home sarà in vendita nei negozi a partire dall’autunno 2016.
Atelier Swarovski Home
quando: 12-17 aprile 2016
dove
: Palazzo Cagnola, via Cusani 5, Milano (M1 Cairoli)

Altheo "Milano Design": Gufram: i suoi primi cinquant’anni.


L’azienda piemontese festeggia il conto tondo con la mostra “On the Rocks” in Corso Como 10. La dichiarazione che il movimento di rottura del “radical design” non è finito.




Gufram festeggia il mezzo secolo di vita controcorrente con nuovi prodotti, delle riedizioni dell’archivio e alcune limited edition. Nello spazio al primo piano della Galleria Carla Sozzani è stata allestita la mostra “Gufram On the Rocks”, con un mare evocato da una moltitudine di cubi azzurri di poliuretano espanso, sul quale fluttuano le “sculture domestiche”, come sono stati definiti i pezzi prodotti dall’azienda piemontese, da qualche anno di proprietà della famiglia Vezza. “Nel mare del design Gufram è ancora molto presente”, afferma Axel Iberti, giovane responsabile prodotto. “Tante delle cose progettate in passato sono ancora attuali – continua – e quello che era un movimento di rottura, il radical design, dal ‘66 (anno di nascita di Gufram) al ’75, ha rappresentato anche un momento di liberazione poi diffusa ad altri, con una funzionalità latente ma che esiste”. I nuovi arredi, come i volumi Untitled di Kris Ruhs o la seduta Mimosa di Marcel Wanders, vanno ad aggiungersi al catalogo un po’ pazzo, che annovera, tra gli altri, Toiletpaper – Maurizio Cattelan e Pierpaolo Ferrari, Ross Lovergrove, Alessandro Mendini, Studio 65 e Studio Job. Per questo compleanno, Gufram si è regalata anche dei pezzi trattati espressamente per l’outdoor (esposti in terrazza) e quattro riedizioni in edizione limitata in vendita nel negozio di Corso Como 10, tra cui una versione tutta d’oro in cinquanta pezzi del divano-bocca del 1970.
Dove: Corso Como 10. MM Garibaldi
Quando: in mostra dal 10 aprile al 1 maggio
Tutti i giorni dalle 10.30 alle 19.30
Mercoledì e giovedì 10.30 alle 21

giovedì 12 novembre 2015

Altheo "Design": Design mix. L'arte di vestire la tavola firmata Untitled





Vale la pena raccontare del nuovo marchio di homeware Untitled, creato da Massimiliano Locatelli, per almeno quattro motivi (e non solo perché con il Natale che arriva qualche idea per un regalo di design, soprattutto se acquistabile online, è sempre la benvenuta). 
Il primo – e più ovvio - è che la collezione di piatti, posate, bicchieri e ciotole disegnata da questo architetto (famoso per i suoi progetti nel mondo della moda firmati con lo studio CLS Architetti di cui avevamo già parlato qui) è bellissima: semplice ed essenziale nelle forme ma preziosa e sofisticata per finiture e materiali, davvero rappresenta una boccata d'aria fresca nel panorama arts de la table. 
Ma c'è, come si diceva, dell'altro. Il progetto è infatti interessante per la sua modularità e flessibilità: ogni pezzo, infatti, nasce per essere mescolato ad altri oggetti, meglio se diversi, allontanandosi anni luce da tanta oggettistica di design che spesso costringe al total look. Nel set di presentazione, avvenuta nell'unico punto vendita su Milano in Corso di Porta Vigentina 12 (il resto si venderà online, su Yoox), Massimiliano Locatelli ha creato per esempio un interessante paesaggio mixando i suoi elegantissimi piatti disegnati per Herend con quelli di Untitled. Ma l'idea è che ognuno crei la propria tavola usando magari qualche pezzo spaiato proveniente dal servizio buono della nonnaA questa grande flessibilità – già interessante per chi non può considerare per esempio l'acquisto di un'intera collezione - si aggiunge poi l'unicità del servizio tailor-madebasterà infatti chiedere a Massimiliano Locatelli come allestire una tavola per un'occasione speciale per avere una consulenza personalizzata: e lo styling, si sa, è quello che davvero fa la differenza per quanto riguarda le atmosfere negli interior.
Infine c'è il fattore prezzo. Malgrado la ricercatezza, la collezione di Untitled ha un price tag decisamente interessante (si parla di 30 euro per un piatto, di soli 50 per una splendida bottiglia in vetro con supporto in metallo). Eppure siamo di fronte a bicchieri dorati, piatti di madreperla, vetri soffiati a bocca. Tutti, non dimentichiamolo, fatti in Italia (tranne nel caso – come quello delle ciotole di bambù – in cui il materiale richieda una fabbricazione all'estero). «In realtà il prezzo è spesso una conseguenza del progetto», spiega Locatelli. «Gli oggetti di Untitled sono volutamente molto semplici per quanto riguarda le forme e tutto lo sforzo di ricercatezza è stato impiegato nella realizzazione di “pelli” speciali, finiture sofisticatissime che però non incidono mai in modo così sostanziale sul costo». 
Anche la scelta di distribuzione ha un impatto sul prezzo al pubblico. «La collezione sarà venduta soprattutto online, una scelta che di fatto abbatte il 50% dei costi. Inoltre, avendo già in programma un pop-up store su Yoox.com, siamo stati in grado di realizzare numeri abbastanza alti». Il prezzo interessante al pubblico non è quindi una conseguenza (come spesso accade) di un approccio manifatturiero low cost ma di una precisa strategia legata al tema del lusso inteso come personalizzazione. «Penso che la gente abbia una gran voglia di trasformare la propria tavola e di farlo spesso, a seconda degli ospiti o delle occasioni, mescolando in modo libero. Un po' come si fa con la moda. Ormai è normale mixare l'abito del department store con la borsa firmata e la collana della nonna. Untitled si propone come un elemento di questa possibile trasposizione del desiderio di mélange, dal fashion al design». Del resto, la U di Untitled sta proprio per “you”, cioè l'acquirente che diventa in qualche modo anch'egli designer, se non di prodotti, almeno di atmosfere. E verso il cui gusto Locatelli prova un rispetto che si nota soprattutto nei dettagli. «Abbiamo anche realizzato un packaging che – oltre a essere stato pensato per le spedizioni a seguito della vendita online – vive da sé come oggetto: una scatola che si posiziona come un libro su una mensola, con dei fogli di cartavelina che separano i piatti all'interno». Provate a guardarli: su ognuno c'è stampata una ricetta milanese. «Se l'esperienza deve essere preziosa», conclude Locatelli «è bene che lo sia fino in fondo». Con tanto di finale a sorpresa.



Altheo "Fotografia": Se la Magnum vende Erwitt e McCurry a 100 dollari fa bene o male?



Fotografia: se la Magnum vende Erwitt e McCurry a 100 dollari fa bene o male?




Riparte in questi giorni, e ormai è una ricorrenza: periodicamente la mitica agenzia Magnum, quella che tra i suoi padri annovera Capa e Cartier-Bresson, mette in vendita tramite il suo sito internet stampe fotografiche autografate dai suoi autori a 100 dollari, 90 euro circa.
Per quella cifra chiunque, collezionista e semplice appassionato, può possedere – e sottolineo la parola possedere – un’opera firmata di Elliott Erwitt, Steve McCurry, Depardon, Le Querrec, Barbey e via elencando la scuderia dei fotografi di razza che formano questa cooperativa.
Dichiaro subito, per essere chiaro, che al primo giro di questa iniziativa anch’io ho fatto la mia piccola scorta.
Ma perché un brand così blasonato e storico si mette a “svendere” ripetutamente stampe autografe che, per quando di formato piuttosto ridotto, s’immagina dovrebbero avere un valore di mercato maggiore?
La risposta è semplice: la Magnum – anche la Magnum – ha bisogno di soldi.
La situazione generale del mercato fotogiornalistico è nota, le agenzie e i fotografi (con qualche rara eccezione) arrancano, spesso chiudono: si pensi all’italiana Grazia Neri, che ha cessato l’attività pur essendo (o forse proprio per questo) la più grande agenzia fotografica italiana.



Un’iniziativa che rompe forse un tabù e dunque coraggiosa quella di Magnum, che però può essere vista e giudicata in due modi contrapposti a seconda del punto di vista: bottiglia mezza piena o mezza vuota?
Ma sì – Ammirevoli i nostri. Fotografi affermati, famosi e invidiati, uniti in un collettivo che condivide gioie e dolori, si mettono in gioco e accettano di fare “volontariato” per salvare le sorti non solo della loro agenzia (che è anche una casa, una moglie, una fede) ma di un pezzo di storia. Simbolicamente, se crollasse Magnum, il pessimismo tipico della categoria rischierebbe di diventare cosmico e irreversibile.
E “quando il gioco si fa duro i duri iniziano a giocare”, dunque non autolesionismo e cedimento ma reazione attiva con ricadute “socialmente utili”: offrire a tutti la possibilità di iniziare a sentirsi collezionisti, e chissà, poi magari ci si prende gusto.
Insomma, non svendita ma “divulgazione” a fin di bene: proprio e altrui.


Ma no – Brutta bestia la paura, fa fare cose che mai uno si sarebbe sognato di fare.
Notoriamente i fotografi di Magnum si accapigliano (da sempre) su molte decisioni, di cui poi devono condividere oneri e onori. Ma in questo caso possibile che nessuno si sia dissociato?
Ce lo vedete il quasi novantenne Elliott Erwitt a dover firmare in un colpo solo migliaia di foto da spedire in tutto il mondo ad altrettanti sconosciuti?
Fosse stata una tantum poteva essere anche vista come una sana provocazione e un’operazione mediatica per attirare attenzione sul problema della deriva economica del fotogiornalismo, problema che in fin dei conti riguarda tutti quelli i cui occhi s’imbattono in una fotografia che può spostare in alto o in basso la qualità dell’informazione, poco importa se su carta o sul web.
Ma l’ondata di foto Magnum a cento dollari va ripetendosi spesso, dunque l’aspetto che prevale è quello di sembrare una mera necessità, senza tante implicazioni e ragionamenti altri.
Non prendo posizione, o le prendo entrambe. Lascio a ciascuno la sua visione.
Ho simpatia e ammirazione per la Magnum, in qualche misura anch’io ipnotizzato dal suo mito. Ho anch’io molta preoccupazione per un mercato che si è sgretolato e per la qualità che esiste nell’offerta ma non nella domanda. Sono anch’io stretto tra orgoglio e paura, tra cuore e stomaco.
Che poi, alla fine, la domanda non è tanto se c’è ancora spazio per la Magnum o per il “modello Magnum”, ma piuttosto se c’è ancora spazio per quello che ha rappresentato e rappresenta: una fotografia alta, consapevole, onesta e capace d’informare. Una grande finestra sul mondo con i vetri ben puliti.


martedì 13 ottobre 2015

Altheo "Moda": Katy Perry per Moschino.





L’ha scelta per il suo tour, per le occasioni più importanti, tra cui l’ultimo Met Gala e la performance nell’intervallo del Superbowl, e ha presenziato in prima alle ultime sfilate tra i flash dei fotografi.
Conseguenza inevitabile della llaison tra Moschino e Katy Perry è il coinvolgimento della celebre pop star nella campagna autunno inverno 2015-2016 della maison made in Italy.
Questo ingaggio non è per nulla un fulmine a ciel sereno: la cantante di Roar è una cara amica di Jeremy Scott, e dal suo ingaggio nella casa made in Italy avvenuto a fine 2013, l’ha sempre sostenuto e elogiato.
Negli scatti dell’adv, realizzati a New York da Inez & Vinoodh sotto la direzione creativa del designer di Kansas City e lo styling di Carlyne Cerf De Dudzeele, Katy con un taglio di capelli alla garçonne, indossa tutti i capi chiave della prossima collezione invernale di Moschino.



La Perry è impeccabile vestita prima con un giubbino di jeans patchwork, con tanto borchie, catene e crop top matelassé dorato, poi con un un look ipercolorato stile anni 90′




In una delle immagini più chiacchierate, Katy appare quasi nuda, se non fosse per il cappotto impreziosito con la stampa graffiti simile a quella che aveva sfoggiato insieme a Madonna al Met Gala.