lunedì 10 ottobre 2016

Altheo "Libri": Maria Rosa Di Fazio. Mangiar bene per sconfiggere il male.






“L’esplosione dei tumori ha avuto un’impennata negli ultimi trent’anni, e continua purtroppo ad averla, da quando la nostra alimentazione, da ‘povera’ che era, è diventata via via più ricca. Ma ricca di che cosa? Bisognerebbe cominciare a chiederselo”, dice la dottoressa Maria Rosa Di Fazio, oncologa milanese che da un anno è la responsabile del Servizio di Oncologia del Centro SH Health Service della Repubblica di San Marino, dove è stata scelta da un luminare come il professore francese Philippe Lagarde per portare avanti il suo particolarissimo metodo di cura soft dei tumori. “Proprio per questo - aggiunge - per dare una risposta a questa e a tante altre domande, per arginare a scopo preventivo una marea di madornali errori che commettiamo ogni giorno a tavola, ma anche per sostenere in modo sinergico le terapie farmacologiche di chi purtroppo è già ammalato, ho voluto raccogliere in un libro la mia esperienza ultraventennale di medico che alle chemioterapie affianca sempre, come irrinunciabile arma integrata nella lotta contro il cancro, anche regimi alimentari corretti e tagliati su misura di ogni singolo paziente”.




Questa esperienza quotidiana su un fronte così difficile è diventata appunto da poche settimane un libro intitolato “Mangiare bene per sconfiggere il male” (Mind Edizioni, 160 pagine, 14 euro), disponibile in tutte le principali librerie italiane oltre che sulle maggiori piattaforme online, da Amazon a Hoepli, da quella della Feltrinelli a quella della Mondadori. “Ippocrate, il padre della scienza medica, raccomandava di fare del cibo la nostra prima medicina. E i nostri vecchi dicevano saggiamente, pur se inconsapevolmente, che siamo quello che mangiamo. Bene, direi che noi oggi dobbiamo senz’altro fare tesoro di quelle parole, ma andando oltre a quel siamo - prosegue l’oncologa -. Perché oggi, in quest’epoca di cibi sempre più industriali, manipolati, prodotti con materie prime modificate geneticamente e impostici dalla pubblicità e dal marketing, noi dobbiamo ricordarci che stiamo in base a che cosa mangiamo o non mangiamo. Non solo: perché la nostra salute e quella dei nostri figli dipendono dal quando consumiamo un determinato alimento, dal come lo cuciniamo, senza sottovalutare mai insieme a che cosa lo abbiniamo e lo portiamo in tavola”. 

Non si tratta di un libro noioso o difficile, da addetti ai lavori. Tutt’altro: è una miniera di informazioni fondamentali, ma esposte in modo quasi narrativo, con diversi esempi concreti. È insomma un manuale pratico allo stare bene e alla prevenzione più naturale, più facile e perfino più economica delle peggiori malattie. Pagina dopo pagina la dottoressa Di Fazio, che per lavoro si divide ormai tra il centro SH di San Marino e Milano, ci invita per prima cosa a essere protagonisti di un’autentica rivoluzione, quella che inizia dal carrello della spesa, insegnandoci innanzitutto quali prodotti non debbano proprio mai più entrare nelle nostre case. Dando però a ogni suo “NO” sia la spiegazione medico scientifica, sia degli alternativi “SÌ”. 

Scopriamo così i benefici di alimenti “poveri”, eppure ricchi di contributi preziosi, che avevamo dimenticato o che ci erano stati fatti dimenticare proprio in quanto “poveri”; comprendiamo quali siano gli effetti nocivi di altri, anch’essi magari naturali e considerati da tutti noi come irrinunciabili, ma ormai contaminati da processi produttivi o, nella migliore delle ipotesi, impoveriti di quelli che erano i loro antichi pregi; e impariamo infine a dimenticare il ruolo di “icone alimentari” erroneamente e pericolosamente attribuito a prodotti che invece un simile ruolo non lo meritano affatto. Anzi.  


“So che quanto ho scritto potrà dare fastidio a più di qualcuno, ma io sono un medico e sarei un pessimo medico se mi fossi posta come freno psicologico la salute economica di un settore o di una azienda. Io ho giurato di tutelare unicamente quella dei miei simili e dico che dobbiamo decidere se vogliamo continuare a essere azionisti occulti, inconsapevoli e senza nemmeno diritto di voto di qualche corporation, o piuttosto ridiventare i ben informati unici proprietari della nostra, di salute, ovvero del più importante patrimonio di cui disponiamo - gratuitamente, per dono divino - fin dalla nascita”.




Altheo "Tendenze": Madrid, le strisce pedonali come gallerie d’arte a cielo aperto.


Dimenticate le banali strisce pedonali a Madrid: Christo Guelov ha trasformato dei comuni passaggi stradali in opere d'arte colorate e divertenti.



Siamo abituati a camminare per strada e fare a stento attenzione ai segnali urbani. Strisce bianche su asfalto nero è l'inconfondibile simbolo che indica un attraversamento pedonale e in città se ne vedono moltissimi, così tanti che difficilmente si possono contare, ma tutti uguali. Nella routine quotidiana, tra traffico, smog, alti palazzi e fiumi di gente, quasi più non ci accorgiamo dell'ambiente urbano che ci circonda, sempre uguale a se stesso e dato ormai per scontato. Se andate di recente a Madrid, però, resterete meravigliati dalle strisce pedonali in città: qui l'artista Christo Guelov ha trasformato dei banali passaggi stradali in gallerie d'arte a cielo aperto.





Quando la street art diventa motivo di riqualificazione urbana nascono progetti come Funnycross di Christo Guelov. L'artista spagnolo ha trasformato tredici passaggi pedonali in opere d'arte vivacissime. Usando i colori e i disegni geometriche è riuscito ad intervenire nel paesaggio urbano in modo originale creando strisce pedonali davvero uniche. L'intervento di Christo Guelov è stato concentrato davanti a tre scuole di Madrid: San Ignacio ("Diagonali I" e, "Diagonali II"), Lourdes ( "onde") e Los Angeles ( "interferenze") e di fronte alla Casa de Cultura ("tappeto"). Il punto di partenza del progetto è stato vedere nei passaggi pedonali "Un ponte tra due sponde". la città si riempie di colore con i Funnycross di Guelov. Lo scopo dell'artista in tutto il suo lavoro è quello di "indagare su ‘qualcosa' a quanto pare inesistente o invisibile agli altri e di dotarla di presenza reale". Con il progetto Funny Cross Christo Guelov vuole sensibilizzare l'attenzione sul rispetto per la sicurezza dei pedoni.




Non solo Madrid ma anche altre città del mondo stanno trasformando le proprie strisce pedonali: in India le strisce pedonali diventano 3D per limitare la velocità delle auto. La nuova iniziativa è stata promossa dal ministero dei trasporti per evitare che gli automobilisti corrano troppo. La tridimensionalità conferisce infatti al passaggio pedonale un particolare effetto di galleggiamento dei pedoni che attira l'attenzione dell'automobilista facendolo rallentare. Questi progetti dimostrano quanto la street art possa migliore le città del mondo.



domenica 9 ottobre 2016

Altheo "Profili": Cetti Tumminia.




Cetti Tumminìa nasce a Sassuolo (MO) il 2 Giugno 1977. Nel 1998 si diploma in Grafica Pubblicitaria e Fotografia presso l’Istituto d’Arte “A.Venturi” di Modena, l'arte però ritorna nella sua vita solo diverso tempo dopo, nel 2013, in un momento inaspettato. L'artista viene improvvisamente ricondotta alla sua essenza più vera e l'arte si trasforma in necessità fisiologica. Da allora dipinge in maniera costante scegliendo principalmente il mezzo della Grafite, sperimentando nel contempo, in maniera fortemente istintiva, molteplici tecniche pittoriche e supporti. Dalla sua recente ripresa artistica ha avuto occasione di partecipare a Mostre Collettive in Gallerie private e ad Eventi pubblici successivamente ai quali è stata spesso richiesta come ritrattista.



 “…Ho ancora nelle narici l’odore acetato dei negativi e negli occhi il buio colorato dalla lampada rossa nella camera oscura di mio padre. Ero piccola e mi portava dentro a guardare. Le immagini nell’altalenare di piccole vaschette liquide apparivano, silenziose e soffuse. Lui, con occhi attenti, le strappava da un mondo inesistente. Ho visto lì il cupo e il chiaro. E’ lì che mi inizia dentro: l’idea, l’immagine, il sorriso, il mondo vivo in bianco e nero. Lei invece no. Mia madre era piccoli tocchi di colore, paziente. Decorava e dipingeva tutti i fiori del campo, li stendeva con delicata caldezza, mi accompagnava tra i miei disegni, sorridendomi poco distante nei pomeriggi caldi e serrati di cose da fare.



Provengo da quei giorni, e tra allora ed oggi, sono trascorsi gli anni del cammino al paragone. Tutto poteva essere, ma nulla infine accadeva. Correvo: la scuola di Grafica Pubblicitaria, Fotografia, il canto, la recitazione per 15 anni. Poi un colore: il nero su un foglio bianco a raccontare il miele negli occhi dei miei due figli. Avverto un nuovo e raro inizio, e ne avevo di ragioni da dare al cuore … Mi perdo, da allora, a sanare i miei preziosi dolori. Mi ispira da sempre l’armonia del mondo e rincorro la sua disarmonia per non ingombrare il mio tempo di giorni spogli. Osservo e vivo tutti gli artisti che raccontano i loro colori, prediligo le stesure del nero fiutandone l’ombra. Vivo i miei spazi senza influenze e abito nuovi indirizzi delle cromie folli dell’unico colore che mi chiarisce e spiega la luce umana. Più delle rughe, delle folte barbe e del significativo perfezionismo di Emanuele Dascanio, amo la dimensione nascosta che emerge dalle sue opere. Il flusso del vissuto che scarica, le linee d’ombra che trasbordano il vero dell’uomo nel suo complesso esperienziale. Le trame anomale sulla pelle umana di Marco Grassi, più che i colori carnali quasi vivi. La terribile inquietudine di Eloy Morales, la semplicità di Ruan Huisamen, la verità negli occhi dei soggetti di Rubén Belloso.




Non mi sento affatto iperrealista. Uso luci ed ombre vere ma da loro mi aspetto che, nell’oltre dell’esistenza umana, siano mezzo di conduzione dal profondo alla superficie. E quest’ultima, nel cui volto umano trova spesso sede necessaria, deve vivere imperfetta come approssimazione alla fragilità perfetta. Dò seguito a mondi interiori in completa assenza di controllo emozionale. L’immagine fotografica dell’idea si struttura fulminea nella mente, attraversa i cicli del mio intimo dolore e me ne libera quando la grafite prende spazio nelle porosità del bianco. Inconscio e conscio si fondono, l’idea si scompone e ricompone, rivoluzionando i ritmi concettuali, ora mi rende inquieta, ora mite e amabile.  Ho spesso la sensazione di non essere io a guidare questo divenire, ma l’armonia che diviene mi sveglia l’esistenza. E’ questa debolezza che mi prende le mani e mi lascia andare senza mai lasciarmi veramente libera.”

Altheo "proposte": Rubens a Palazzo Reale Milano.






La grande mostra dell’autunno di Palazzo Reale a Milano vedrà protagonista Pietro Paolo Rubens (Siegen 1577 – Anversa 1640), artista famoso e di centrale importanza per la storia dell’arte europea, ma ancora poco o parzialmente conosciuto in Italia, spesso considerato semplicemente “fiammingo”, nonostante il suo soggiorno nella penisola dal 1600 al 1608 lasci un segno indelebile nella sua pittura, che rimarrà vitale in tutta la sua vasta produzione artistica. 
L’evento espositivo, patrocinato dal Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo è promosso e prodotto dal Comune di Milano-Cultura, Palazzo Reale e Civita Mostre e sarà aperto al pubblico dal 26 ottobre 2016 al 26 febbraio 2017 al Palazzo Reale. 
L’Italia è fondamentale per Rubens, così come Rubens per l’Italia: a lui si devono i primi segnali della nascita del Barocco che si diffonde in espressioni altissime in ogni regione. Un’ influenza che tutta la critica gli riconosce ed esalta al punto che Bernard Berenson ama definirlo “un pittore italiano”. I suoi rapporti con Genova, Mantova, Venezia e la sua vicenda romana ci permettono di ricostruire il filo che lo lega così profondamente alla cultura italiana, che resterà il tratto d’identità per tutta la sua produzione successiva. 



 
Ed è appunto questo il leit motiv della mostra “Pietro Paolo Rubens e la nascita del Barocco” che verrà allestita al piano nobile di Palazzo Reale a Milano: mettere in evidenza i rapporti di Rubens con l’arte antica e la statuaria classica e la sua attenzione verso i grandi maestri del Rinascimento come Tintoretto, Correggio e soprattutto a far conoscere la straordinaria influenza esercitata dal grande Maestro sugli artisti italiani più giovani, protagonisti del Barocco come Pietro da Cortona, Bernini, Lanfranco, fino a Luca Giordano. 
Per rendere chiaro e lineare questo tema complesso, un prestigioso comitato scientifico internazionale composto da Eloisa Dodero, David Jaffé, Johann Kraeftner, Anna Lo Bianco, a cui si deve la curatela della mostra, Cecilia Paolini e Alejandro Vergara, ha selezionato un gruppo di opere assolutamente esemplificativo di questi temi,  con confronti il più possibile evidenti tra dipinti di Rubens, sculture antiche, opere di alcuni grandi protagonisti del Cinquecento e di artisti barocchi: un corpus di oltre 75 opere, di cui 40 del grande maestro fiammingo, riunito grazie a prestigiosi prestiti internazionali da alcune delle più grandi collezioni del mondo come quelle del Museo Nazionale del Prado, dell’Hermitage di San Pietroburgo, della Gemäldegalerie di Berlino e del Principe del Liechtenstein, e a prestiti di numerose collezioni italiane, tra cui la Galleria Nazionale d’Arte Antica di Roma, i Musei Capitolini, la Galleria Borghese, la Galleria degli Uffizi e la Galleria Palatina di Firenze, il Museo di Palazzo Ducale di Mantova,  la Galleria di Palazzo Spinola di Genova, il Museo Archeologico Nazionale di Napoli.




Un suggestivo allestimento, curato dall’architetto Corrado Anselmi, valorizzerà la ricchezza e grandezza delle opere, alcune di dimensioni monumentali come la tela scelta quale immagine guida di mostra “La scoperta di Erittonio fanciullo”.
La rassegna espositiva conterà su di un’audioguida inclusa nel biglietto di ingresso a disposizione dei visitatori oltre che di una ricca proposta didattica pensata per i gruppi e soprattutto per le scuole sia dalla sezione didattica di Palazzo Reale che dagli storici dell’arte di Civita Mostre.




La mostra è stata preceduta tra dicembre 2015 e gennaio 2016 dall’iniziativa del Comune di Milano a Palazzo Marino, grazie alla quale oltre 120.000 persone hanno avuto la possibilità di ammirare l’Adorazione dei Pastori, concessa in prestito dal Museo Civico di Fermo, l’ultima opera dipinta da Rubens prima di lasciare definitivamente l’Italia, testimonianza eccellente del suo rapporto con l’arte italiana, che sarà di nuovo in mostra dal 26 ottobre 2016. 

Un prestigioso catalogo sarà pubblicato da Marsilio Editori.




sabato 8 ottobre 2016

Altheo "Accordi Musicali": Revolutionary Radio, tornano i Green Day


Nuovo disco dopo 4 anni e a gennaio band in Italia




Dopo quattro anni di silenzio discografico, il crack di Billie Joe Armstrong, ora sobrio dopo un lungo rehab, l'ingresso nella Rock'n'Roll Hall of Fame, i Green Day tornano con un album, "Revolutionary Radio" che è probabilmente la cosa migliore che fanno dai tempi, il 2004, di "American Idiot". E' forse solo una coincidenza ma anche questo nuovo album esce al tempo delle elezioni negli Usa: così come allora i riferimenti a George W. Bush erano evidenti, questa volta Armstrong non ha esitato a dire, a proposito di "Troubled Times" (tempi difficili), un brano che descrive le difficoltà dell'America d'oggi, che "Trump sta mirando alle paure, alla rabbia e alla disperazione della gente ... sta nutrendo cani affamati". Stavolta i Green Day non si presentano con le ambizioni di un'opera rock da portare a Broadway (vedi "American Idiot") nè con la pretesa di fare accendere il dibattito politico. 




A dispetto del titolo, "Revolutionary Radio" è una raccolta di 12 brani, dove, a livello di testi, non ci sono slogan. Piuttosto prevale il quasi fisiologico desiderio di Billie Joe Armstrong di affermare di essere ancora vivo. Il suo contatto con il mondo avviene attraverso uno sguardo che inevitabilmente si posa su una società in preda agli incubi. Al tempo stesso si sente forte il peso della nostalgia, l'inevitabile constatazione di quanto tempo sia passato da quando lui e il suo amico di sempre - il bassista Mike Dirnt - erano due dropout di Oakland, a oggi. Sono molti anni vissuti pericolosamente che li hanno fatti diventare delle star. Non per niente nel brano iniziale, "Somewhere Now" la domanda è: "come è accaduto che una vita vissuta sul lato selvaggio sia diventata così monotona?". Sono tanti i temi affrontati e nessuno è leggero: "Bang Bang" il primo singolo, un punk vecchia maniera, parla ad esempio, di un cecchino di massa e di come i media raccontino queste vicende, ma c'è spazio per le manifestazioni del movimento Black Lives Matter, gli scontri di Ferguson in Missouri, l'ineguaglianza economica. E in fondo di fatica del vivere. 





Le immagini più ricorrenti sono pistole, bombe, guerre, distruzioni, un mondo sul punto di crollare. Musicalmente parlando, "Revolutionary Radio" è ben piantato nella tradizione rock punk della band: ma ci sono evidenti omaggi agli Who, in particolare in "Somewhere Now" il brano di apertura, e in "Forever Now", la traccia più ambiziosa dell'album, quasi sette minuti di momenti musicali diversi tra loro ma ben cuciti l'uno all'altro, echi di Ramones o del post grunge, ma anche sorprendenti omaggi all' American Classic Rock da FM tipo Cars o Boston (nelle ballad). L'album si chiude con una ballad acustica, "Ordinary World", title song di un film che in America uscirà la prossima settimana, e che ha per protagonista Billie Joe Armstrong, nel ruolo di un punk rocker arrivato ai 40 anni. Quello di questa canzone è certamente molto più sereno dell'autore che ha scritto gli altri 11 pezzi dell'album che a 44 anni c'è arrivato con un carico di angoscia e rabbia che sembra il riflesso dell'America che ha intorno. A gennaio i Green Day saranno in Italia per quattro date: il 10 a Torino, l'11 a Firenze, il 13 a Bologna e il 14 a Milano.



venerdì 7 ottobre 2016

Altheo "Fotografia": Annie Leibovitz.





Nel museo delle opere immortali c’è un famoso ritratto fotografico degli anni ’80, la figura esile e nuda di John abbraccia con trasporto quella vestita e distaccata di Yoko Ono. Ci abbassiamo a leggere l’autore della foto e scorgiamo un nome. Andiamo in un’altra stanza e una donna nuda, gravida, di profilo ci saluta, Demi Moore fu la prima a sdoganare quel genere di foto. Prima di allora le donne incinte nascondevano il loro corpo, intimorite dalla morale comune contraria a mostrarsi in quella fase. Leggiamo l’autore ed è di nuovo il nome di prima: Annie Leibovitz.



E ancora Whoopi Goldberg che ci sorride dalla sua vasca riempita di latte. Ancora lei.
Nel museo delle opere immortali ci sono tante fotografie passate alla storia ma è incredibile quante di esse portino il nome di Annie Leibovitz.
La fotografa è nata nel 1949 negli Stati Uniti, abituata fin da piccola a trasferirsi da un luogo all’altro del Paese per seguire gli spostamenti di suo padre, un ufficiale dell’Aeronautica Militare.
È proprio qui che affina il suo occhio, mentre l’auto macinava chilometri e lei aveva come unico rimedio alla noia quello di guardare il mondo dal finestrino, esso diventava il suo schermo, il display da cui guardare le anteprime, fu così che i primi paesaggi e i primi personaggi comparirono al suo sguardo indagatore per pochi secondi. La piccola Annie Leibovitz non conosce alcuna regola della composizione ma sa che quella veduta era piatta prima che comparisse quell’anziano alla sua sinistra. Non conosce nemmeno le regole dei colori ma guarda ammirata le foglie rosse autunnali stagliarsi contro lo steccato verde di quella casa, creando un accostamente perfetto. La piccola Annie non sa tutto questo, non ancora.


A 18 anni è pronta per il San Francisco Art Institute, il corso di pittura la attrae come qualunque artista che inizia il suo percorso decidendo di imprimere le emozioni in istanti. Ma è breve il lasso di tempo in cui decide di appassionarsi alla fotografia, troppo forte è quel sottile legame creato anni prima con il finestrino dell’auto.
Appena un anno dopo comprerà in Giappone una Minolta SR-T 101, una fotocamera SLR 35mm, che la accompagnerà nella lunga scalata del monte Fuji con i suoi fratelli e sorelle.
In merito a quell’esperienza avrebbe detto che la fotocamera era pesantissima e sembrava sempre più pesante ad ogni passo verso la vetta. Una volta arrivata in cima si rese conto di avere solo un rullino, di cui ne aveva già consumato la gran parte, e scattò le ultime 3 foto all’alba levante. Quell’adolescente Annie Leibovitz non sapeva come giostrare i tempi e la gestione degli scatti, non ancora.
La fotografa comincia a frequentare un corso serale, nel 1970, per affinare la propria tecnica e si fa le ossa scattando le prime foto alle manifestazioni contro la guerra, l’anno successivo.



Proprio una di esse finirà su una copertina di Rolling Stones.
Questa rivista era agli albori, non era ancora l’esponente principale delle riviste musicali. Ma aveva fiuto e l’editore Jann Wenner captò da subito il talento di questa giovane fotografa. Dopo un colloquio e una rapida occhiata al portfolio di Annie, ne rimase talmente colpito da assumerla come fotografa dello staff. Nel giro di due anni, la Leibovitz divenne chief photographer ovvero fotografo capo. Un bel traguardo per una appena 23enne!
Ebbe questo incarico per 10 anni, periodo in cui seguì le più importanti rockstar nei loro tour, scattando foto on stage e dietro le quinte.
Una delle foto più rappresentative di questo periodo fu quella di Mick Jagger in ascensore, durante il tour del 1975, ritraendolo in accappatoio e cuffietta. Una visione semplice e ordinaria per l’uomo più straordinario di tutti i tempi.


Dell’esperienza rock, Annie non riesce a ricordare bene le sue impressioni a causa della dipendenza dalla droga, in pieno spirito sex, drugs & rock n’roll.
Non è un caso se, lavorando con i Rolling Stones, la fotografa sia entrata nella spirale della dipendenza. C’entra il suo approccio alla fotografia, entrare dentro la scena e provare empatia per i personaggi da ritrarre. La vita spericolata della band però era troppo per la giovane Annie, che in seguito dirà di averci messo 8 anni per uscire fuori da quel periodo e di aver imparato un importante lezione: prestare attenzione a dove si mettono i piedi per evitare di perdere se stessi.
Molte furono le copertine firmate dalla fotografa per il Rolling Stones, da Meryl Streep travestita da mimo, a Mick Jagger e Keith Richards fino alla famosissima coppia John e Yokoquest’ultima scattata il mattino prima della morte di Lennon.
Annie Leibovitz scattò la foto simbolo dell’amore con il rappresentante massimo dell’era del peace and love il giorno prima che tutto finisse; solo poche ore prima che l’amore soccombesse alle pallottole di uno squilibrato. Ma nel momento in cui John si denudò e si mise a letto con Yoko, Annie non lo sapeva.




Una curiosità sulla foto vede una Annie con un’idea originale diversa rispetto allo scatto finale, avrebbero infatti dovuto essere entrambi nudi ma Yoko non voleva assolutamente togliersi i pantaloni. La fotografa decise allora di rispettare la sua decisione e far spogliare solo Lennon. Incredibile come uno degli scatti che hanno scritto la storia sia il frutto di una coincidenza!
L’esperienza con il Rolling Stones affinò la sua tecnica, caratterizzandola con pose divertenti e colori vivaci, coerentemente con la rivista e il genere musicale ma la fotografa non era pienamente consapevole di quanto il suo stile sarebbe stato importante per le generazioni future.
Molto spesso racconta di quanto si sentisse inesperta nel dirigere gli artisti e di farli muovere solo per non tenerli fermi sulla scena.
È il 1983 quando decide di lasciare la rivista per entrare a far parte della famiglia Vanity Fair.
Questa nuova sfida permette alla fotografa di cimentarsi con diversi ritratti e, ovviamente, diversi protagonisti. Niente più rockstar controverse o cantanti in voga. Vanity Fair toccava una varietà di argomenti infinita e di conseguenza i ritratti richiesti erano infiniti; davanti all’obiettivo posavano presidenti, attori impegnati, adolescenti rubacuori, giovani promesse letterarie, ecc.
Se il Rolling Stones fu la palestra di Annie Leibovitz, Vanity Fair fu la consacrazione del suo talento. Capace di impostare la scena e le luci a seconda della persona che gli compariva dinanzi, aggiungendo particolari o elementi capaci di racchiudere la personalità del ritratto.
Ma nulla è preparato in anticipo, non c’è premeditazione o finzione nelle sue foto, se glielo chiedete vi risponderà:”simply goes for it“, semplicemente va…
Ma non c’è solo Vanity Fair nella sua vita e durante gli anni ’80 cominciò a lavorare su una serie di campagne pubblicitarie di alto profilo come American Expressche le permise di avere pieno controllo sulla campagna, di lavorare al fianco di personaggi quali Luciano Pavarotti e Tom Selleck e di venire premiata con il Clio Award nel 1987.
Gli anni ’90 si aprirono con diversi progetti interessanti per la Leibovitz, tra questi ricordiamo “Dancing Series“, una serie di ritratti di ballerini (tra cui il grande Baryshnikov). Una curiosità su questo progetto è che la fotografa voleva scattare solo qualche foto ma le ore diventarono giorni e i giorni diventarono tre settimane. Sua madre era infatti una ballerina e immergersi in quell’ambiente fatto di punte e posizioni le provocò un ritorno all’infanzia talmente piacevole da restare accanto ai ballerini più del dovuto. In queste foto si nota una certa maturità e occhio alla composizione, simbolo della crescita personale di Annie.
Appena un anno dopo la National Portrait Gallery le dedica un’intera mostra con oltre 200 ritratti, fu un grandissimo onore dato che era la prima volta per una donna.





Più tardi, sempre quell’anno, venne edito un libro Photographs: Annie Leibovitz, 1970-1990 per accompagnare la mostra. In totale, nella vita della fotografa, ce ne sono stati 5: “Photographs“, “American Olympians“, “Women” e “American Music“.
“American Olympians” raccoglie una serie di fotografie in bianco e nero degli atleti americani durante le Olimpiadi di Atlanta, manifestazione in cui la Leibovitz era fotografa ufficiale.
Ma è Women del 1999 a lasciare il segno, considerato uno dei suoi miglior lavori. Il libro raccoglie vari ritratti femminili, dai giudici della Corte Suprema alle ballerine di Las Vegas, fino alle operaie e le contadine. Annie volle rappresentare la diversità della bellezza femminile e quanto essa cambi a seconda del ruolo sociale della donna. Un lungo viaggio suggeritole da Susan Sontag, scrittrice incontrata nel 1988 e diventata la sua compagna di vita.
Proprio lei scrisse un dolce e romantico saggio d’accompagnamento al libro. Susan rimarrà il suo grande amore fino alla sua scomparsa, nel 2004.
“Women” recentemente è diventato una mostra itinerante facendo il suo debutto a Londra nel gennaio 2016 e dal 9 settembre al 2 ottobre ha toccato anche Milano con il progetto “Women: New Project” con l’obiettivo di rappresentare la mutazione delle donne nel corso di questi decenni. Un lavoro di prospettiva che non è altro che la continuazione del viaggio della piccola Annie…





Il lavoro della fotografa negli anni 2000 si tesse di progetti particolarmente diversi, come a voler raggiungere traguardi nuovi capaci di rinnovare il suo amore per la fotocamera.
Ed è così che diventa la fotografa del cast de “I sopranos” riprendendoli come una sorta di “Ultima Cena” di Leonardo Da Vinci, foto che la premierà con l’Alfred Eisenstaedt.
O ancora il progetto Alice nel paese delle meraviglie ideato e realizzato con i maggiori stilisti dal calibro di John Galliano, Natalia Vodianova e Tom Ford che non solo disegnano i surrealistici costumi di scena ma ne interpretano anche i personaggi. Loro che disegnano sogni e rimangono dietro le quinte, diventano i protagonisti della favola, la favola di Annie.
Ma il rifacimento al mondo delle fiabe non finisce qui e nel 2005 e 2006, la fotografa partecipa ad altri due shooting a tema “Mago di Oz” e “Maria Antonietta”, rispettivamente con Keira Knightley e Kirsten Durst.
Esaminando questo percorso con un occhio critico, Annie Leibovitz riesce a divertirsi e proporre scatti che ai tempi di Rolling Stones non avrebbe mai potuto fare, limitata dalle linee guida e dalla necessità di rappresentare e porre massima attenzione verso il soggetto. Con il progredire della sua carriera ha acquistato la piena autonomia, convincendo e vincendo grazie alle sue idee originali e innovative.
Nell’ultimo decennio ha siglato diversi Calendari Pirelli, di cui l’ultimo nel 2016, e il famoso servizio fotografico alla Casa Reale Britannica.
Ma se le chiedete quale sia la sua foto preferita non sa rispondervi, tituba e pensa un po’, per poi dirvi che una delle sue foto più significative è quella della madre di Marilyn Monroe.
Perché la guarda come sei lei non ci fosse ed effettivamente il ritratto ha qualcosa di ipnotico. La donna non è agghindata, non è truccata, si presenta con una camicia aperta indifferentemente sul petto, con i capelli ricci che le incorniciano il volto e un’espressione intensa che oltrepassa lo schermo e sembra graffiare chi la guarda.
Questa foto è poco conosciuta, ma rappresenta in pieno lo stile di Annie Leibovitz: diretta, priva di fronzoli, profonda e che ti scava l’animo. Lei entra nei suoi soggetti, crea un feeling con loro e ne studia il carattere, riuscendo così a rendere il personaggio protagonista della fotografia e non il contrario.
La piccola Annie è cresciuta e adesso sa tante cose.






giovedì 6 ottobre 2016

Altheo "Cultura": I Musei Vaticani svelano i loro segreti Porte aperte ai laboratori di restauro e un volume in arrivo.




La grande Madonna di Giaquinto Palmezzano tornata a indossare il suo manto blu, ma anche i temibili scudi cerimoniali delle tribù della Papua Nuova Guinea in attesa di tornare a incutere terrore. Un tesoro d'arte proprio sotto le grandi stanze affrescate da Raffaello o a pochi passi dalla Cappella Sistina. Per una volta, i Musei Vaticani aprono le porte del loro "dietro le quinte", svelando storie, aneddoti e immagini inedite del terzo museo più visitato al mondo nel volume "Musei Vaticani Arte - Storia - Curiosità", a cura di Sandro Barbagallo (ed. Musei Vaticani e Focus Storia).
E consentendo, eccezionalmente, alla stampa di varcare quelle porte "segrete", che, quasi museo nel museo, sono i laboratori di restauro dove dal 1923, si lavora per ridare voce e colore non solo alle opere custodite nei 7 chilometri di gallerie dei Musei, ma anche a tutti capolavori dei Palazzi del Papa, delle chiese, delle nunziature apostoliche.







Altheo "Profili": Paolo Meroni






Paolo Meroni nasce a Como nel 1995. Si avvicina alla fotografia a 6 anni e a 13 unisce questo hobby con un'altra sua grande passione: la natura. 
Autodidatta, inizia con il padre a girare la Lombardia alla ricerca di soggetti per i suoi scatti. Negli anni la fotografia naturalistica non è più solo una passione, ma uno stile di vita. 
La continua ricerca di ambientazioni e nuove specie, prevalentemente animali selvatici, lo porta a compiere diversi viaggi: Francia, Canada, Stati Uniti, Canarie, Polonia e Sudafrica. Tutte le esperienze vissute in questo lasso di tempo lo hanno aiutato a capire, relazionarsi e rispettare sempre di più la fauna selvatica e l'ambiente che la ospita.






Nel 2014 ha realizzato la mostra 'Natura d'Inverno'  e nel 2015 ha vinto la coppa del mondo FIAP di fotografi con la nazionale italiana under 21, aggiudicandosi anche la medaglia di bronzo individuale FIAP. 









Sempre nel 2015 una sua foto è stata pubblicata sul sito BBC Earth. 
Nel 2016 ha realizzato la mostra 'Passione, fotografi e Natura' presso la Libreria Bocca, in Galleria Vittorio  Emanuele II a Milano.  
Collabora con Altheo Network dal 1016 ed è in programma per "Passione on th Road" alcuni workshop in Italia e all'estero.