mercoledì 30 ottobre 2013

Altheo "penisola Italia": In Carcere. Vittime e colpevoli in scena.


Succede al “Lorusso e Cutugno” di Torino: sul palco, autori di reato a confronto con cittadini che, invece, i reati li hanno subiti. E il dialogo apre prospettive di riconciliazione.




Un uomo e una donna, l’uno di fronte all’altra. Una platea attenta e silenziosa. Roberto dice di avere fatto un po’ di ’68 a Genova, Paola che è stata femminista, bellissimi anni a Torino. Lui racconta il suo “battesimo”: 24 anni, studente di ingegneria, famiglia borghese, un magazzino da “svuotare”. Bottino: 17 milioni. Un sacco di soldi per un ragazzo anni Settanta: «Cinque li ho investiti subito in una Porsche». E non è più finita. Rapine rocambolesche, spaccio («hashish» precisa). «Ho vissuto come un miliardario senza esserlo». 
Lei dice di quella bicicletta negata da un padre ansioso e autoritario: «Grande, bianca: regalo del mio primo amore. Simbolo della mia libertà». Quando gliel’hanno rubata le è sembrato di perdere tutto.


Roberto è un detenuto. Di galera ne ha fatta tanta e a 64 anni non ha ancora finito. Con quella faccia un po’ così, golf di cachemire, eloquio forbito, occhi da bambino, folgorante sense of humour. Paola è fiduciosa, molto senso dell’altro, sciarpetta millerighe: le piacciono i colori. Vittima di furto: poca cosa, una bici bianca. Eppure per lei era moltissimo. Lui la guarda negli occhi: «Mi daresti del delinquente?». 
La “rappresentazione” è in scena nel carcere Lorusso e Cutugno, Torino. Titolo: Cicatrici e guarigioni: autori di reati e vittime (non esattamente le “loro” vittime) chiamati a confrontarsi. L’ultima replica, aperta a tutti, sarà il 29 novembre presso il Teatro della Cavallerizza Reale. Il pubblico passa i controlli, si inoltra nella tetra infilata di corridoi, il clangore dei cancelli che si chiudono dietro le spalle. 
Quando entri in un carcere non puoi non chiedertelo: com’è che nel mondo è cambiato tutto e non si è ancora trovato niente di meno arcaico del “gabbio” per sanare le ferite della convivenza umana? Pare che la parola carcere venga dall’aramaico carcar, “tumulare”. Può esserci qualcosa di rieducativo nella sepoltura di un essere umano? (tema, come sapete, all’ordine del giorno).


Christian, ragazzone rumeno dallo sguardo triste, seriamente ammalato per la sua ex-vita da tossico, dice che la galera «è molto distruttiva». Anche lui fa parte del progetto, che consiste in questo: non smettere di interrogarsi, anche con la poesia, sui concetti di giustizia e di pena. Non arrendersi all’idea di una remunerazione che non ripara un bel niente, perché le ferite non smettono di sanguinare. 
Otto autori di reati e otto vittime gli uni di fronte agli altri per uno scambio di vissuti. Nessun copione. Paola e Roberto e tutte le altre “strane” coppie si parlano davvero. Accettano di avvicinarsi, di frugare nella propria coscienza e in quella dell’altro. 
Claudio Montagna è il regista del progetto, sostenuto dall’assessorato alla Cultura di Torino e dalla Compagnia di San Paolo, e in collaborazione con Gruppo Abele e altri enti. Da decenni con il gruppo teatrale Teatro e Società lavora a tenere vivi i rapporti tra il carcere e la città, un bacino di 4-5 mila spettatori che seguono con continuità. «Ho in mente una ragazza - dice - rapinata sul portone di casa. Che in quel momento ha pensato: “Chissà se lui si sta sentendo solo come me. Vorrei parlargli”. Su un pensiero come questo, che sfugge ai verbali, si può costruire».