martedì 6 agosto 2013

Altheo "news": La Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia compie 70 anni. Ecco tutti i film in Concorso.





Giunta alla sua 70esima edizione competitiva (in realtà, la Signora del cinema italiano avrebbe 81 anni), la Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di venezia non punterà su grandi anteprime internazionali, traboccanti di glamour e già sintonizzate sulla prossima stagione degli Oscar: dovendo fare i conti con il Festival di Toronto, la Biennale Cinema che, quest'anno, prenderà il via il 28 agosto e si concluderà il 7 settembre, ha infatti rinunciato a titoli dati, da tempo, come sicuramente in competizione dagli addetti ai lavori, a partire da quel Dallas Buyers' Club che avrebbe potuto lanciare internazionalmente una volta per tutti, dopo la Coppa Volpi sfiorata del 2011, la carriera di un rinato Matthew McConaughey; anche August: Osage County, vetrina attoriale di gran prestigio ricavata dall'omonima piéce trionfatrice ai Tony, avrebbe riportato in laguna un'altra graditissima recente conoscenza, quel Tracy Letts che due anni fa si impresse nella memoria di moltissimi spettatore con l'adattamento del suo Killer Joe; il fedelissimo George Clooney, ospite fisso a intervallo biennale dai tempi del suo Good Night, and Good Luck, inaugurerà pure la manifestazione con l'atteso Gravity di Alfonso Cuaron, ma non c'è stato niente da fare per il concorrente annunciato The Monuments Men, suo quinto lavoro dietro la macchina da presa.
Anche sul fronte più autoriale si sono dovute ridimensionare le aspettative: quelle della fanbase di Lars von Trier, illusasi che, dopo una trentennale continuità cannense interrotta dallo scandalo della conferenza stampa di Melancholia, il loro beniamino si trasferisse in Italia per presentare il suo annunciatissimo Nymphomaniac; quelle dei (sempre meno) fedelissimi di Terrence Malick, resi forse troppo ottimisti dall'avanzato stato di post-produzione tanto di Knight of Cups quanto del secondo progetto ancora senza titolo, ma forse immemori delle scene da sagra paesana cui il precedente, magnifico To the Wonder era andato incontro e che avrebbero scoraggiato qualunque cineasta dall'idea di ripresentarsi nella fossa dei leoni; forse l'assenza più bruciante resta quella di 12 Years a Slave, opera che, complice la calorosissima accoglienza riservata allo splendido Shame due anni fa, sembrava sancire definitivamente un legame di fedeltà fra il regista Steve McQueen e il capoluogo veneto.





Posto ciò, il Festival ha tutte le carte in regola per fare una gran figura ed entusiasmare gli aficionados, i quali non faranno fatica a riscontrare nelle venti pellicole concorrenti un interessante discorso di continuità e di sperimentazione: da un lato sfilerà uno stuolo di nomi ormai istituzionali della Mostra come Philippe Garrel, Terry Gilliam e Amos Gitai, dall'altro si fa notare un meno appariscente ma succosissimo nugolo di vecchi, insperati révenants del Lido promossi finalmente al circuito maggiore come Philip Groning ed il nostro Gianfranco Rosi, senza dimenticare un paio di personalità strappate orgogliosamente alla Croisette ed al Filmpalast come il giovanissimo Xavier Dolan ed il settantenne Merzak Allouache.
E' proprio quest'ultimo, misconosciuto veterano del cinema sociale algerino, ad aprire alfabeticamente il novero dei partecipanti con il suo Es-stouh, di cui si sa ancora pochissimo, ma che sembra riallacciarsi idealmente al suo fortunatissimo esordio Omar Gatlato, istantanea cinica e inquieta della gioventù nordafricana dei tardi anni settanta che vinse il secondo premio al Festival di Mosca; Gianni Amelio, ultimo Leone d'Oro tricolore e presenza fissa della rassegna, firma la sua prima commedia, L'intrepido, un'allegorica parabola sulla disoccupazione e sul precariato modellata sul profilo del mattatore Antonio Albanese; torna, dopo l'esperimento di Attenberg e la conferma di Alpeis, la lente di ingrandimento sulla straniante, respingente e affascinante New Wave Greca, quest'anno rappresentata dall'emergente Aleksandros Avranas e dal suo Miss Violence, storia di un suicidio adolescenziale che funge da miccia per una nuova (ricordate Kynodontas?), feroce disamina della famiglia borghese; anche il Nuovissimo Continente finisce in concorso grazie all'australiano Tracks, che il poco festivaliero John Curran (Il velo dipinto, ma anche il fiacco thriller Stone) ha ricavato dall'omonimo libro di memorie di Robyn Davidson, che attraversò i deserti del mainland per 1700km in compagnia solo di un cane e di quattro cammelli e che avrà qui il volto di Mia Wasikowska, in un one-woman-show a metà fra L'inizio del cammino e Vita di Pi; Emma Dante, nome fondamentale del teatro sperimentale contemporaneo, è il secondo concorrente nostrano e promette di provocare quest'anno con il suo Via Castellana Bandiera - tragicommedia "stradale" (ma tutt'altro che on the road) tratta dal suo omonimo romanzo - la medesima sorpresa che suscitò tre anni fa l'ottimo esordio di Ascanio Celestini; Xavier Dolan, classe 1989, dopo il celebratissimo (e inevitabilmente acerbo) esordio da diciannovenne con J'ai tué ma mere, presenta Tom à la ferme, nuova (e ancora una volta) autobiografica fatica con cui torna a prendere di petto la sua giovanile, inquieta identità omosessuale facendo un ulteriore passo avanti verso il modello di riferimento Rainer Werner Fassbinder.




Dopo Non è un paese per vecchi e The Road, continuano gli adattamenti dell'opera di Cormac McCarthy, riportato a Venezia da James Franco, che mette in scena il suo vecchio Child of God, inquietante ritratto di un disadattato che, isolatosi nelle caverne del Tennessee, darà sfogo ai propri istinti antisociali trasformandosi in serial killer; Stephen Frears, dopo l'applauditissimo The Queen e un quinquennio non proprio fortunatissimo conclusosi con il flop di Una ragazza a Las Vegas, dirige Philomena, amarissimo melodramma familiare interpretato e cosceneggiato dal comico Steve Coogan, qui in coppia con Judi Dench; Philippe Garrel, vittima preferita dei fischi e dei lazzi degli spettatori lidensi, ci riprova con La jalousie, nuova, intensissima biopsia sentimentale che prosegue il discorso dei suoi capolavori J'entends plus la guitare e La naissance de l'amour e che vede ancora una volta protagonista il figlio Louis; autore di film assai interlocutori che l'hanno trasformato da campione di visionarietà a brutta copia di Tim Burton, Terry Gilliam sembra tornare a terreni che più gli competono con l'incubo burocratico-fantascientifico di The Zero Theorem, in cui un hacker memore del Jonathan Pryce di Brazil interpretato da Christoph Waltz cerca di risalire informaticamente e tecnologicamente al senso ultimo della vita umana.
Amos Gitai, per la sesta volta a Venezia, scandaglia ancora una volta la questione israelo-palestinese con Ana Arabia, mentre Jonathan Glazer, maestro del videoclip inattivo dal 2004 e autore del piccolo cult Sexy Beast, torna con uno dei film più rischiosi della selezione, il fantascientifico Under the Skin, con una diafana Scarlett Johansson nei panni di un'aliena in giro per la Scozia incaricata di procurare al pianeta madre carne umana fresca; se David Gordon Green stupisce per il brevissimo lasso di tempo intercorso fra la vittoria berlinese a febbraio con Prince Avalanche e il nuovo Joe, che sembra voler tornare alle origini malickiane della sua poetica e cancellare la lunga, tristissima parentesi alimentare cominciata da Strafumati e conclusa da Lo spaventapassere, sorprende - ma per motivi diametralmente opposti - il ritorno di Philip Groning, che dopo il sensazionale documentario Il grande silenzio (accolto euforicamente a Venezia 2005) torna alla fiction con l'altrettanto colossale (175') Die Frau des Polizistin, saggio sull'alienazione della provincia tedesca che si sofferma sulla disintegrazione dei meccanismi interpersonali fra un poliziotto frustrato e la sua famiglia; il giornalista statunitense Peter Landesman esordisce con il mosaico altmaniano di Parkland, che illustra le varie risposte alla domanda generazionale "dov'eri quando hanno sparato a JFK?" nello stesso modo in cui Emilio Estevez imbastiva le sue piccole storie attorno all'altro fratello Kennedy nel suo Bobby (in concorso a Venezia 2006).
Il concorso infrange addirittura la regola sulla presentazione in anteprima per accogliere il sommo Hayao Miyazaki, artefice di questo Kaze Tachinu che, illustrando la vita del pioniere dell'aviazione Jiro Horikoshi, rinuncia all'atmosfera fiabesca dei suoi celebrati classici senza però sacrificare i temi cardini della sua poetica (il volo, per l'appunto) e siglando un'opera che profuma di testamento artistico; nome imprescindibile del documentarismo americano, Errol Morris ripete la struttura e lo stile del suo capolavoro The Fog of War (Oscar per il miglior documentario nel 2004), lunga intervista al Segretario della Difesa Robert McNamara che oggi trova una sorta di seguito in questo The Unknown Known eche vede questa volta interpellato Donald Rumsfeld, mentre da oltreoceano si riaffaccia, dopo il passaggio non proprio memorabile del suo Meek's Cutoff nel 2010, l'ultima presenza femminile della competizione, l'indipendente Kelly Reichardt, regista del polemico dramma contestatore Night Moves, con un pugno di giovani divi ormai affermatisi (Jesse Eisenberg, Dakota Fanning e Alia Shawkat) a interpretare un terzetto di ambientalisti intenzionato a passare all'azione e a far saltare una diga; terzo, inatteso candidato italiano è Gianfranco Rosi, che con il notevolissimo Below Sea Level (Premio OrizzontiDoc a Venezia 2008) e il terrificante El Sicario Room 164 riportò la nostra non-fiction all'attenzione internazionale e che oggi continua il suo percorso con Sacro GRA, dove il deserto californiano e i sordidi motel sono sostituiti dal nostro Grande Raccordo Anulare, costellato di piccoli personaggi e momenti non meno surreali e toccanti di quelli del suo primo lungometraggio; chiude il concorso l'unico - Amelio a parte - passato vincitore del Leone d'Oro, nome di punta della New Wave Taiwanese che tenterà con il lungo Jiaoyou di replicare i fasti del suo scandaloso Vive l'amour.